Diritti Civili

I panni sporchi si lavano in piazza. Per l’eliminazione della violenza contro le donne.


   “Perché io credo che se viviamo ancora un altro secolo […]

e riusciamo ad avere cinquecento sterline l’anno, ognuna di noi, e una stanza propria;

se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo;

[…] allora si presenterà finalmente l’opportunità.”

Virginina Woolf, Una stanza tutta per sé, 1929.

Il 25 novembre è la giornata internazione per l’eliminazione della violenza contro le donne. Se ne è molto parlato nei media: in maniera più o meno pertinente, o anche fuorviante e nociva (si pensi ad esempio allo spot Rai con una bambina il cui destino, già scritto, è quello di venire picchiata dal marito).
La violenza è stata il nucleo di gran parte del discorso pubblico, spesso raccontata nei suoi esiti più atroci: aggressioni ed omicidi. Duemilasessantuno le donne morte solo dal 2000 al 2011, sette su 10 in ambito familiare, 607 mogli, 207 ex, e la metà novanta giorni dopo aver troncato una relazione.
Ma la violenza ha molte accezioni, numerose le storie che, a cadenza regolare, si raccontano: è violenza il gesto con cui è stata obbligata a spogliarsi, togliendo il burkini, una madre musulmana sulla spiaggia di Nizza. È una morte violenta quella di Valentina, deceduta tra urla di dolore in sala parto, per lunghe ore ignorata da un medico obiettore. È una morte violenta quella di Tiziana, che non ha retto allo slut- shaming (l’onta della sguadrina) e alla diffusione virale di un video hard, il cui contenuto sarebbe dovuto rimanere privato. È morta per violenza, della più atroce, Lucia che aveva sedici anni, la cui storia ha portato in pizza migliaia di donne argentine.
Accade in tutto il mondo, in varie forme, e in Italia più che altrove. Un terzo delle donne italiane, straniere e migranti, subisce violenza fisica, psicologica, sessuale, spesso fra le mura domestiche e davanti ai suoi figli. Dall’inizio dell’anno, più di 116 donne sono state uccise in Italia per mano maschile.
Di ciascuna, quando è troppo tardi, rimane solo un nome e una foto, in genere sorridente, dove tutto pare andare bene.
Dentro ad ogni nome sta una storia, di cui la violenza fa spesso parte, e che viene, altrettanto spesso, affrontata in silenzio e in solitudine, come una parte connaturata all’esistente.
La violenza maschile sulle donne non è un fatto privato né un’emergenza ma un fenomeno strutturale e trasversale della nostra società, un dato politico di prima grandezza che affonda le sue radici nella disparità di potere fra i sessi. Le politiche di austerity e riforme come quelle del lavoro e della scuola, in continuità con quanto accaduto negli ultimi dieci anni, non fanno altro che minare i percorsi di autonomia delle donne e approfondire le discriminazioni sociali, culturali e sessuali.
La violenza attraversa ogni aspetto dell’esistenza, controlla e addomestica i corpi e le vite delle donne: in famiglia, sui luoghi di lavoro, a scuola, all’università, per strada, di notte, di giorno, negli ospedali, sui media, sul web. La si affronta innanzitutto riconoscendola e smascherandola, con il coraggio di parlarne e la possibilità di sentirsi ascoltate.

Panni Sporchi. Belluno contro violenza sulle donne

Panni Sporchi. Belluno contro violenza sulle donne

È quello che un gruppo di donne ha iniziato a fare anche qui a Belluno, ritrovandosi per condividere percorsi diversi, di esistenza e di agire politico, e riappropriandosi del termine femminismo; è frutto di un processo di violenza, e di rimozione della storia, l’aver reso la parola femminismo un reperto di cui vergognarsi.
Non è facendo delle donne delle vittime che si combatte la violenza di genere, ma rimuovendo ogni ostacolo che impedisca l’autodeterminazione. Lo pensava già Virginia Woolf, che bastassero una stanza, uno stipendio, e la libertà di essere sé, ma è una voce che riecheggia da varie parti del mondo.
In Polonia, in Argentina, in Spagna gli scioperi e le proteste delle donne che si ribellano alla violenza e al femminicidio e lottano per l’autodeterminazione femminile hanno paralizzato interi paesi.
La Polonia ha avuto un lunedì nero, quando si è tentato di togliere il diritto all’aborto, l’Argentina un mercoledì di milioni in piazza, dopo la morte di Lucia.
Anche l’Italia farà la sua parte: il 26 novembre si scende in piazza con lo slogan Non Una di Meno!, per una grande manifestazione delle donne aperta a tutti coloro che riconoscono nella fine della violenza maschile una priorità nel processo di trasformazione dell’esistente.
Anche Belluno ha fatto la sua (piccola) parte: la città si è svegliata con moltissimi cartelli stesi su fili e appesi ai muri, ciascuno con un nome. Moltissimi nomi a raccontare moltissime storie: tutte, non una di meno.
E a ricordare che la violenza, qualunque sia la sua forma, non è una questione privata, ma che ci riguarda tutti. Combatterla, lo si fa tutti insieme, donne e uomini, e non basta una giornata.
I panni sporchi si lavano in piazza.

È violenza ammazzarmi se ti lascio

È violenza picchiarmi fino allo svenimento, è violenza anche un solo schiaffone

È violenza costruirmi attorno una ragnatela di divieti e paure


È violenza un velo imposto, non voluto, è violenza la magrezza come valore

È violenza la donna nuda nelle pubblicità delle automobili


E ancora, è violenza usare una qualsiasi mia scelta come alibi per dis-animarmi

È violenza renderti a me indispensabile
È violenza la parola puttana

È violenza la condiscendenza, lo scherno, la pacca sul culo

È violenza fischiarmi per la strada


chiedermi se intendo fare figli nei prossimi tre anni a un colloquio di lavoro


comperarmi il sesso

o prenderlo a forza, come fosse un tuo arcaico diritto.

E sei violento tu


quando con uno sguardo severo mi fai sentire piccola così

e mi dici senza parole che non ce la posso fare,
quando ti lamenti della troppa polvere

o continui a scherzare e non capisci che io sono seria.


Sei violento della tua gelosia feroce


tu che ti schifi delle mie mestruazioni,


alimenti le mie insicurezze 
e mi fai paura se provo a lasciarti.

Sono violenta anche io

quando mi taglio

quando mi abbuffo e mi affamo


quando mi svendo al primo venuto, senza un sorriso

quando regalo la mia libertà di scelta a una qualche moda che sulle mie scelte lucra

quando ti giudico per il velo

quando mi arrabbio con “quella puttana”

quando non alzo la voce in mia e sua difesa

quando penso, “non è forse una cosa abbastanza intelligente da dire”


quando non ho il coraggio di pretendere il meglio da me stessa

quando esisto e sono per altri, prima che per me.

Alice

 


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