Diritti Civili

194: L’ABORTO É UN DIRITTO E CI RIGUARDA TUTT*. LA STORIA DI ELEONORA


Questa è la storia di Eleonora, raccontata direttamente da lei.

Sono una psicologa e psicoterapeuta. Ho due bei bambini, di 4 e 6 anni. Ma alcuni anni fa, prima della mia prima figlia, ho fatto un’esperienza che mi ha segnata. Vorrei partire da qui, per dire alcune cose che penso, che sento e che so, sull’aborto. Era la mia prima gravidanza, era un maschio e aveva già un nome: Ernesto. Dall’amniocentesi risulta una grave anomalia cromosomica. Insieme allo stupore e alla paura cominciano gli approfondimenti. La competenza e l’umanità di un genetista di Bologna ci aiutano molto nella decisione, che è subito chiara: io e il mio compagno decidiamo per l’aborto, sostenuti dai nostri familiari.Dopo i primi 90 giorni di gravidanza si parla di aborto terapeutico. Io ero alla ventiduesima settimana. Secondo le legge l’interruzione terapeutica di gravidanza può essere praticata quando è a rischio la salute fisica o psichica della donna. Avviene tramite induzione del parto, prima che il feto abbia la possibilità di vivere autonomamente al di fuori dell’utero. Questo perché se il feto nasce vivo, la legge impone che debba essere rianimato. Il tempo che scorre può fare quindi una grande differenza. Serve un medico che certifichi il rischio per la mia salute fisica o psichica. Chiamo una psichiatra che conosco bene e le chiedo aiuto. Mi risponde: “Mi dispiace, ma io non faccio queste cose. E poi a questa età è già un bambino grande”. Un bambino!! Ma qualcuno che mi aiuti, in fretta perché il tempo stringe, alla fine lo trovo. Arriva il momento del ricovero. Il primario del reparto è una donna-vulcano, che gira per i corridoi con dei tacchi a spillo vertiginosi e che da 20 anni fa partorire le donne africane accucciate per terra, perché quello è il loro modo. Con grande saggezza, da sempre tengono conto della forza di gravità, più che della comodità della posizione del medico. Sono nel reparto di ginecologia e ostetricia, e fuori dalla mia stanza sento i pianti dei neonati. Due ostetriche, a turno, si prendono cura di me. O meglio: una si prende cura, l’altra mi aggredisce. La prima è bella, dolce e attenta. La seconda è brutta come il peccato, e cattiva. Con l’attaccatura dei capelli a pochi millimetri dalle sopracciglia, con unghie gonfie e ritorte. Così le ricordo. Dopo la prima somministrazione dell’ossitocina cominciano i dolori, atroci, e nausea e vomito. Ricordo che volevo solo mia mamma vicino, e l’ostetrica buona, che sapeva come fare: mentre mi contorcevo e piangevo nel letto o nel bagno, mi sussurrava parole dolci per rassicurarmi, come si fa con un bambino. Sfortuna vuole che al momento del parto, alcune ore dopo, fosse il turno del Mostro. Piangevo e chiedevo non so più cosa, e lei mi gridava di smetterla, che stavo esagerando, che me l’ero voluta. Mi teneva ferma mentre l’anestesista mi faceva l’epidurale. E’ lì che ho notato le unghie ritorte: che orrore! Sentivo uno stimolo che ritenevo inconfondibile, e ricordo di aver fatto l’unico pensiero chiaro e compiuto di quella notte: “Adesso ti cago addosso brutta stronza”. E ho spinto. Ed è uscito. L’hanno portato via e sono rimasta sola al buio per un tempo lunghissimo. O brevissimo. Poi è tornata lei, da sola, e mi ha sussurrato all’orecchio: “Vuoi vederlo?”. Non credo sia suggerito nei manuali della brava ostetrica.

Quell’esperienza resta uno dei più grandi dolori per me. L’aborto è una cosa orribile, un grande dolore; ma di certo non è una colpa, né un crimine, né un omicidio. Dal dolore si guarisce, il crimine si paga. Da sempre le donne ricorrono all’aborto, per vari motivi. Prima della legge 194 c’erano due strade possibili: le cliniche private o i ferri delle mammane. Tutta una questione di soldi. A causa dello svuotamento della legge dovuto all’eccesso di obiezione di coscienza, si torna lì: a una questione di soldi. E non è l’unico modo in cui le donne pagano.  Ho vissuto quell’esperienza con sole donne, che hanno cercato di proteggermi, e mi hanno sostenuta e aiutata per tutto il tempo. Il mio compagno invece è rimasto fuori. Non per libera scelta, ma per un equivoco ideologico: che l’aborto sia “cosa di donne”, e che gli uomini non c’entrino. Noi donne lo abbiamo tenuto fuori, e lui ci è rimasto, con grande dolore. Uno dei motivi che ha reso difficile andare oltre quell’esperienza è stata la distanza tra noi, l’aver vissuto separatamente qualcosa che ci riguardava entrambi. Solo insieme è stato poi possibile, nel tempo, con fatica, andare oltre.Ora penso che quella sia ideologia sulla pelle delle persone. Penso che ci siano cammini comuni da percorrere, anche con i nostri compagni di vita, di lotta, di opinioni. Tra l’altro, quel giorno era l’otto marzo.

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